Russel Crowe scatena a Taormina un graditissimo inferno. Barba bianca, capelli scuri raccolti in un codino, una forma fisica che smentisce i sessant’anni, anche se lui scherza sugli acciacchi dell’età, e gli occhiali per leggere il testo in italiano che ha preparato per la serata al Teatro Antico. Il divo australiano è accolto, nella quarta giornata del Film Festival, da una folla di persone dentro e fuori dal palazzo, ammiratori a caccia di selfie a cui si presta con evidente piacere, e poi un incontro con il pubblico scintillante. Crowe è in forma, spiritoso, capace di ridere di sé, dei tendini che scricchiolano e dei vent’anni che separano Massimo Decimo Meridio dall’uomo che siede oggi davanti a una platea siciliana “mi dicono ci sono molti studenti, ma devono essere cresciutelli, vedo molte teste bianche in platea”, scherza.
È qui per ritirare il Premio alla Carriera e per presentare Bear Country di Derrick Borte — thriller con Aaron Paul , Nina Dobrev e Luke Evans , in alcune arene estive dal 10 al 18 agosto e in sala dal 26 agosto con 01 — ma l’incontro riguarda tutto: innanzitutto il Gladiatore e il sequel sbagliato “perché ha perso l’etica”, Netflix, l ’Unabomber , Highlander , gli stunt, l’affetto per Gabriele Muccino e Padri e figlie (è intensissimo, all’epoca non ebbe un sostegno promozionale adeguato, andatelo a cercare sulle piattaforme”), e l’italianissima citazione di una canzone di Ultimo.
Sul set del Gladiatore: “Ero fottutamente pazzo”
Quando racconta il 1999, il set di Ridley Scott , i primi giorni davanti a centinaia di cavalli, dozzine di catapulte, seicento soldati romani e quattrocento barbari, Crowe confessa uno sbicottimento. Veniva da produzioni da trenta, quaranta milioni di dollari — L.A. Confidential, The Insider — e si trovò su un film da centotré. “Era gigantesco”, racconta. La fisicità era totale e a chi gli chiede quanti stunt abbia fatto senza controfigura dice. “Quello che vedete in ogni minuto del film sono io”. L’unica eccezione riguarda una scena: una controfigura montata su una macchina che viene sbalzata via a circa cento miglia all’ora e cade così violentemente da spaccarsi la faccia e tagliarsi il naso. “Io ho quel taglio sul naso per tutto il resto della sequenza. Non perché me lo fossi fatto io. È perché quel tizio è caduto dal cavallo in quel modo. Mi sono detto: sta bene, funziona, lasciamolo così”. Ora confessa di rimpiangere di non aver accettato consigli sui rischi del mestiere. “il consiglio non fare tutto da solo, avrei dovuto ascoltarlo. Ora convivo con le conseguenze di quella scelta, come molti degli uomini più anziani presenti in questa sala sapranno bene”. I tendini, appunto.
Il gladiatore senza sesso e morale
Qualcuno in sala, per conto del padre, chiede a Crowe del suo atteggiamento verso Il Gladiatore 2 . Lui non risponde sul sequel: risale all’origine del problema, al primo film, a quello che lo ha reso impossibile da replicare. Durante la lavorazione c’erano pressioni costanti. Gli studios volevano scene di sesso tra Massimo e i personaggi femminili. Lui si oppose ogni volta, con argomenti che ripete ancora oggi con la stessa precisione. “So cosa state dicendo. Lo capisco. Ma questa è la storia di un uomo che sta vendicando la morte di sua moglie e di suo figlio. Non può esserci un momento, durante quel viaggio, in cui si ferma e va a letto con qualcuno. Non ha alcun senso. Perché questo distruggerebbe il viaggio del personaggio”. Gli mandavano lettere. Lui resto saldo sulla convinzione. Alla fine Scott fu d’accordo, “anche se probabilmente gli sarebbe piaciuto girare scene sensuali tra me e Connie Nielsen . Erano d’accordo con me sul fatto che quello fosse il nucleo morale del film. Stavamo cercando di realizzare qualcosa di davvero, davvero vecchio stile”.
Il fallimento
Questo “centro morale” è l’accusa che muove al sequel con Paul Mescal. E la sentenza, articolata: “Hanno fallito. E hanno fallito perché non avevano capito perché il primo film aveva avuto successo”. Il dato economico è preciso: il secondo ha incassato poco più del primo, ma oltre vent’anni dopo: “Se si considera l’inflazione e quanto è cambiato il valore del dollaro, hanno fallito”. La lettura più sorprendente riguarda però il pubblico, non gli incassi. “A prima vista si pensa che Il Gladiatore sia un film per uomini. Ma se fosse davvero un film per uomini, “sarebbe un film sulla vendetta personale. Invece non lo è”. Dalla seconda settimana, a livello globale, nelle sale c’erano più donne che uomini, “è un film per donne, perché parla di fare giustizia, siamo un livello più alto e morale. È una differenza sottile, ma è una differenza”. Invita alla visione: “Stanotte, da qualche parte nel mondo, riuscirete a trovare quel film. Ventisei anni dopo è ancora in prima serata in televisione. Perché? Perché l’amore per quell’opera deriva dal suo nucleo morale”.
(ansa)
Netflix, la sala, l’Unabomber e Highlander
Sul fronte del presente, Crowe naviga con disinvoltura tra le cont…
Read the full article at la Repubblica →