La storia ha più volte mostrato, Atene e Roma per fare due esempi, che il tramonto di una civiltà ha la sua principale causa interna nella crisi demografica unita alle scarse capacità creative delle sue guide di fronte alle sfide. Epidemie, guerre, invasioni danno solo il colpo di grazia a un rapporto nascite/decessi insufficiente per lâequilibrio naturale del corpo sociale , guidato da una testa senza soluzioni o con soluzioni inadeguate se non distruttive. A leggere i dati Istat presentati ai recenti (stupidamente criticati o falsamente raccontati) Stati generali della Natalità , anche noi siamo al tramonto come tutte le culture che, per mancanza dâamore verso se stesse e di guide illuminate (la disaffezione al voto lo dimostra) scelgono la fine, come un disperato che si lascia morire.Â
à irreversibile lâinverno? Lo sarebbe se gli stessi dati non mostrassero una possibile primavera: 8 persone su 10 in Italia vogliono figli, ma non riescono a tradurre in pratica il progetto . Non manca desiderio di generare ma le condizioni, soprattutto per le donne ancora prive di libertà di scelta. Save the children nel rapporto 2024 sulla maternità in Italia le chiama infatti «le equilibriste» per la fatica o lâimpossibilità di conciliare desideri e realtà . Perché siamo agli ultimi posti rispetto ai Paesi dellâUe nel rispondere a questa emergenza? E siamo sicuri che il problema riguardi solo le donne? Servono un poâ di dati, perché, in una famiglia, non si cresce senza fare i conti.
Da anni in Italia nascono meno di 400 mila bambini, record negativo nel 2023 con 379 mila nati , a fronte di 661 mila decessi. Nel 2050 ci sarà un ragazzo ogni 3 anziani. Gli apporti migratori non saldano il rapporto di sostituzione, necessario alla copertura del welfare: cala la qualità della vita come è evidente nel servizio sanitario e scolastico. Per garantire lâequilibrio sociale il tasso di fertilità dovrebbe essere di almeno due figli per donna, in Italia è di 1,2 e lâetà media della maternità 31,6 anni, la più alta in Europa, la cui media è 29,7. La Francia, che ha il tasso di fertilità migliore (1,8), offre infatti da tempo agevolazioni fiscali, nidi, tempo pieno scolastico, part-time entrambi i genitori.Â
La Germania (1,5 figli per donna) dà supporti economici, congedi retribuiti e nidi garantiti. La Finlandia , ai minimi nel 2019 (1,35 figli per donna), ha invertito la tendenza con voucher baby-sitter, sgravi fiscali, congedo parentale più lungo e trasferibile da un genitore allâaltro. Come si vede questi Paesi hanno cambiato mentalità di fronte alla sfida, mettendo al centro la cura del bambino e alla pari donne e uomini. Noi ancora no. In Spagna dal 2021 câè il congedo parentale di 16 settimane per ciascun genitore (prime 6 obbligatorie, le successive facoltative o a tempo pieno o part time) con il 100% dello stipendio. In Portogallo i giorni indennizzati sono 150 al 100% o 180 allâ80% dello stipendio, con la possibilità di altri tre mesi a testa di lavoro part-time. In Norvegia sono 12 i mesi di congedo retribuito suddivisi o condivisi tra padre e madre. In Svezia ogni genitore ha 16 mesi di congedo, tre allâ80% dello stipendio. La Germania ha un congedo parentale flessibile: i genitori possono lavorare fino a 32 ore settimanali per 24 mesi. In Polonia il congedo dura 36 settimane, 20 retribuite al 100%.Â
E noi? Con la legge di Bilancio 2024, al congedo obbligatorio di 5 mesi per la madre allâ80% dello stipendio e solo 10 giorni a stipendio pieno per il padre , si aggiunge la possibilità , ma solo per i lavoratori dipendenti, di altri due mesi complessivi per i genitori, allâ80% entro i primi 12 anni di età del bambino. Ma il secondo mese così retribuito riguarderà solo il 2024, dal 2025 verrà ridotto al 60%. Ci sono poi: lâassegno unico universale (in base al reddito, da 50 a 200 euro al mese per ogni minore); lâazzeramento dei contributi solo per le madri lavoratrici con più di tre figli; il bonus nido. Si tratta però di aiuti non sistematici (smetteremo mai di essere il Paese di superbonus ed elemosine elettorali?), dai criteri ingiustamente restrittivi e iperburocratizzati , e di norme che ignorano che un figlio si genera e quindi si cresce in due e alla pari.Â
Se a tutto ciò aggiungiamo che i nostri nidi coprono solo il 28% per la fascia 0-3, non stupisce che spesso una donna debba lasciare il lavoro dopo il parto. In sintesi il nostro welfare non supera la sfida e non tiene conto della parità : la spesa del Pil per la famiglia è dellâ1,4% (1,9 la media Ue, 2,2 in Francia, 2,9 in Finlandia) . Se gli effetti delle norme entrate in vigore nel 2024 sono ancora da vagliare, colpisce però una contraddizione in atto da tempo. La Costituzione dice allâart.31 : «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e lâadempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la…
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