Il parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che criminalizzerebbe le interviste e altre forme di comunicazione con i media considerati ostili alla Repubblica islamica, secondo quanto riportato da giornali iraniani come Shargh. La legislazione, che richiede ancora l'approvazione del Consiglio dei Guardiani prima di entrare in vigore, proibirà agli individui di impegnarsi in interviste o partecipare a discussioni con i media stranieri percepiti come avversari, in particolare inclusi americani, israeliani o entità finanziate da entrambi i paesi. Le violazioni potrebbero comportare pene detentive che vanno da sei mesi a due anni.
La proposta di legge impone inoltre che le interazioni con altri media stranieri debbano essere segnalate al Ministero dell'Intelligence, mentre il contatto con ambasciate straniere, uffici di organizzazioni internazionali o istituzioni non iraniane senza notifica preventiva e autorizzazione scritta del Ministero degli Affari Esteri comporterebbe sanzioni finanziarie e la revoca di alcuni diritti civili.
Oltre a queste misure, il disegno di legge rafforza le sanzioni per i crimini economici commessi sotto la supervisione o la sorveglianza di stranieri, vieta la divulgazione di informazioni a terzi senza l'autorizzazione del ministero dell'intelligence e limita la collaborazione scientifica con istituzioni straniere al di fuori di un elenco approvato.
Un esempio della sua applicazione è arrivato all'inizio di questo mese, quando la fotogiornalista iraniana Yalda Moaiery è stata condannata a 15 anni di carcere ai sensi della legge precedente per aver presumibilmente fornito interviste a media ostili e fornito fotografie a organizzazioni legate agli Stati Uniti e a Israele.
Questo approccio si allinea con le pratiche di lunga data della Repubblica Islamica, che storicamente ha imposto norme rigorose sui giornalisti stranieri e sui media che operano all'interno dei suoi confini. Secondo il quadro proposto, anche gli scambi occasionali con i media stranieri richiederebbero un'autorizzazione formale. Ciò include non solo interviste dirette ma anche la partecipazione a dibattiti o discussioni. Tali restrizioni sono state criticate da gruppi per i diritti umani e osservatori internazionali, che sostengono che violano la libertà di espressione e lo scambio accademico. La legge si estende anche oltre il giornalismo, colpendo ricercatori, accademici e professionisti impegnati in collaborazioni transfrontaliere.
Le conseguenze legali delineate nel progetto sono gravi. Oltre alla reclusione, i trasgressori potrebbero affrontare multe e perdita di libertà civili, compresi permessi di viaggio o licenze professionali. Queste misure sottolineano l'intenzione del governo di scoraggiare qualsiasi forma di collaborazione percepita con potenze esterne, in particolare quelle che categorizza come avversarie. La legge introduce anche ulteriori livelli di supervisione burocratica, che richiedono notifiche e approvazioni preliminari per tutte le forme di interazione con istituzioni straniere.
La mossa legislativa suggerisce uno sforzo strategico per rafforzare la sovranità nazionale e resistere alle pressioni esterne. Segnala anche una continua enfasi sulla sicurezza interna e sulla purezza ideologica, rafforzando il ruolo dello stato nel regolare sia il discorso pubblico che l'attività accademica. Poiché la legge attende l'approvazione finale del Consiglio dei Guardiani, la sua attuazione dipenderà probabilmente dagli sviluppi politici e dai cambiamenti nelle dinamiche regionali. Per ora, la misura rappresenta un altro passo nella politica di lunga data dell'Iran di limitare l'influenza straniera attraverso mezzi legali e amministrativi.
Il caso di Yalda Moaiery è un esempio ammonitore, che illustra le potenziali ripercussioni di un'azione con quelle che il regime definisce entità ostili.
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