L'Ungheria ha temporaneamente chiuso la sua unica centrale nucleare, Paks, a causa di livelli d'acqua criticamente bassi nel fiume Danubio, segnando la prima azione del genere dagli anni '80. La decisione arriva mentre il paese affronta una crisi energetica senza precedenti causata da caldo estremo e siccità, che ha drasticamente ridotto la disponibilità di acqua di raffreddamento essenziale per le operazioni dei reattori nucleari.
Paks, situata a circa 100 chilometri a sud di Budapest, contribuisce normalmente a quasi la metà dell'approvvigionamento elettrico dell'Ungheria e a circa un terzo del suo consumo complessivo. Con i livelli d'acqua del Danubio che scendono ai minimi storici, l'impianto può funzionare solo al 12% circa della sua capacità abituale. I funzionari hanno avvertito che se l'acqua continua a ritirarsi, l'intera struttura potrebbe essere costretta a chiudere.
Il governo ha invitato sia le industrie che le famiglie private a ridurre il consumo di elettricità, in particolare durante le ore di punta tra le 17 e le 22. I grandi consumatori industriali, tra cui i giganti automobilistici Mercedes-Benz e BMW, hanno risposto implementando tagli temporanei alla produzione. A Kecskemét, Mercedes ha già programmato una pausa di produzione di tre settimane, mentre altre aziende dovrebbero seguire l'esempio. Il Ministero dell'Energia ha anche ordinato la sospensione dei treni merci elettrici durante le ore di punta per alleviare la pressione sulla rete. Il primo ministro Peter Magyar ha sottolineato che la crisi sta peggiorando con il progredire dell'estate, con temperature a Budapest che raggiungono fino a 43 gradi Celsius.
L'impatto della crisi si estende oltre l'Ungheria. In Romania, la centrale nucleare di Cernavoda, che fornisce circa un quinto dell'elettricità del paese, è stata anche colpita. Per affrontare il problema, le autorità rumene hanno utilizzato le forze militari per far esplodere una formazione rocciosa lungo il Danubio, con l'obiettivo di aumentare il flusso d'acqua alla centrale.
Mentre l'operazione è stata acclamata come un successo, i funzionari hanno avvertito che se il piano fallisce, la centrale potrebbe dover essere completamente chiusa entro giovedì.
Gli esperti avvertono che tali scenari stanno diventando sempre più comuni a causa del cambiamento climatico, sottolineando l'urgente necessità di diversificare le fonti di energia e migliorare la resilienza contro gli eventi meteorologici estremi. Per l'Ungheria, la crisi ha esposto profonde debolezze strutturali nella sua politica energetica. Sotto l'ex primo ministro Viktor Orbán, il paese ha ampliato l'energia solare ma ha bloccato i progetti di energia eolica, lasciandolo fortemente dipendente dall'energia nucleare. Orbán ha persino proposto di espandere Paks da quattro a sei reattori, aumentando la dipendenza dal combustibile fornito dalla Russia.
Ora, con l'impianto che si avvicina alla chiusura totale, il governo affronta crescenti pressioni per ripensare il suo approccio alla sicurezza energetica e alla sostenibilità. Mentre la situazione si sviluppa, la nuova amministrazione ungherese sotto Magyar deve navigare in un complesso panorama di sfide economiche, ambientali e politiche. La capacità del paese di gestire la crisi dipenderà da quanto efficacemente possa bilanciare gli sforzi di conservazione a breve termine con investimenti a lungo termine nelle energie rinnovabili e nella modernizzazione della rete. Nel frattempo, la più ampia regione europea osserva da vicino, riconoscendo che l'attuale crisi può servire da precursore di future sfide energetiche in tutto il continente.
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