Uno studio rivoluzionario ha suggerito che il graduale accumulo di errori del DNA all'interno delle cellule potrebbe impostare un tetto biologico sulla durata della vita umana, anche se tutti gli altri fattori di invecchiamento fossero stati eliminati. I ricercatori dell'Istituto di Scienza e Tecnologia di Skolkovo hanno sviluppato un modello matematico per esplorare come l'accumulo di mutazioni somatiche, cambiamenti genetici che si verificano dopo la nascita e non sono ereditati, potrebbero influenzare la longevità.
Questa stima supera in modo significativo l'attuale record verificato di durata della vita umana detenuto da Jeanne Calment, che ha vissuto 122 anni e 164 giorni prima di morire nel 1997. Lo studio inizia riconoscendo la ricerca di lunga data dell'umanità per prolungare la vita, inizialmente attraverso progressi medici che hanno ridotto la mortalità precoce e in seguito attraverso sforzi scientifici per rallentare l'invecchiamento biologico. Tuttavia, la ricerca evidenzia che anche se gli scienziati fossero riusciti ad eliminare la maggior parte delle malattie legate all'età, il corpo potrebbe ancora incontrare limitazioni intrinseche incorporate nella funzione cellulare.
Secondo lo studio, le mutazioni somatiche sorgono durante le attività cellulari quotidiane come la divisione e l'auto-riparazione. Mentre molte di queste mutazioni hanno effetti trascurabili, altre possono compromettere la normale funzione cellulare, in particolare quando colpiscono geni critici necessari per la sopravvivenza. Nel corso dei decenni, la progressiva perdita di cellule funzionali potrebbe iniziare a influenzare i tessuti con limitata capacità rigenerativa.
Queste alterazioni genetiche rappresentano una forma di errore informativo accumulato all'interno del corpo, distinto da altri processi di invecchiamento che i ricercatori mirano a mitigare o invertire. Per calcolare il potenziale limite superiore della durata della vita umana, i ricercatori hanno costruito un modello matematico che simula il comportamento di diversi tipi di cellule, tra cui neuroni, cellule del muscolo cardiaco, cellule del fegato, cellule precursori del fegato e cellule delle vie aeree. Il modello ha valutato i tassi di mutazione, la probabilità di interruzioni dei geni essenziali e la capacità del corpo di sostituire le cellule danneggiate.
Sulla base delle loro analisi, lo studio postula che la durata media della vita potrebbe variare da circa 146 a 194 anni, con una stima centrale di circa 156 anni. Questa proiezione presuppone che tutti gli altri principali fattori che contribuiscono all'invecchiamento, come lo stress ossidativo, l'attrito dei telomeri e la disfunzione mitocondriale, siano efficacemente neutralizzati. In uno scenario ipotetico progettato per isolare l'impatto delle mutazioni, i ricercatori hanno prima eliminato quasi tutte le altre cause di morte legate all'invecchiamento. In queste condizioni, la durata massima teorica della vita ha superato i 1.700 anni.
Tuttavia, l'introduzione della perdita cellulare indotta da mutazioni ha ridotto drasticamente questa stima, illustrando la complessa interazione tra vari processi biologici. L'invecchiamento, secondo lo studio, non deriva da una singola causa, ma piuttosto è il risultato degli effetti cumulativi dei cambiamenti a livello cellulare, tessutale e organico. Tra gli organi identificati come vincoli chiave, il cervello si distingue per la sua composizione di neuroni, che sono in gran parte formati all'inizio della vita e raramente sostituiti. Se le mutazioni dannose interrompessero la funzione neuronale, il corpo non avrebbe i mezzi per ripristinare la funzionalità perduta.
Questi risultati suggeriscono che alcuni tessuti possono servire come fattori limitanti nel determinare la durata finale della vita umana.
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