Il Ministero degli Affari Esteri (MEA) a Nuova Delhi ha criticato duramente il Pakistan per la sua brutale repressione contro i manifestanti nel Jammu e Kashmir occupato dal Pakistan (PoK), accusando Islamabad di terrorismo sponsorizzato dallo stato e di non proteggere la vita dei civili. Il MEA ha citato le osservazioni dell'assistente speciale del primo ministro pakistano per gli Affari politici, Rana Sanaullah, che avrebbe riconosciuto che i militanti addestrati e armati dal Pakistan per attaccare l'India hanno ora rivolto le loro armi contro lo stato pakistano. Questa ammissione, secondo il MEA, costituisce una pubblica confessione del ruolo del Pakistan nel sostenere il terrorismo transfrontaliero.
Il portavoce del MEA, Randhir Jaiswal, ha dichiarato che la repressione ha provocato la morte di oltre 40 civili e numerosi feriti, con l'establishment pakistano che mostra "disprezzo assoluto" per la gente del PoK. Le proteste in PoK si sono intensificate nelle ultime settimane, alimentate da accuse di frode elettorale, manipolazione politica e repressione sistemica. Il Joint Awami Action Committee (JAAC), una coalizione di gruppi attivisti, ha guidato le dimostrazioni chiedendo maggiore autonomia e rappresentanza equa.
Il MEA ha chiesto un esame internazionale delle azioni del Pakistan, esortando la comunità globale a ritenere Islamabad responsabile delle sue presunte violazioni dei diritti umani. Il MEA ha ribadito la sua posizione che l'intera regione del Jammu e Kashmir, compresi i territori dell'Unione di Jammu e Kashmir e Ladakh, è una parte integrante e inalienabile dell'India. L'ambasciata indiana ha denunciato il termine come fuorviante e scorretto, sottolineando che l'area è sotto l'occupazione illegale del Pakistan. Il Pakistan, attraverso la sua ambasciata a Washington, ha respinto le affermazioni dell'India come "illegale e infondate", insistendo sul fatto che il Jammu e Kashmir rimane un territorio controverso riconosciuto a livello internazionale.
Nel frattempo, disordini domestici sono emersi anche in altre parti dell'India. I leader della Federazione democratica della gioventù dell'India (DYFI) hanno organizzato una protesta a Vijayawada, avvertendo che potrebbero scoppiare agitazioni a livello nazionale se il governo dello stato non dovesse affrontare questioni critiche relative all'occupazione giovanile. L'organizzazione ha chiesto un'azione immediata per riempire oltre 11.639 posti vacanti per sottospettori e poliziotti, sostenendo che l'attuale processo di assunzione è inadeguato e discriminatorio. Gli attivisti hanno accusato il governo di ritardare le notifiche e abbassare i criteri di idoneità, privando così gli aspiranti candidati.
Il DYFI ha fatto un parallelo con i recenti movimenti guidati dai giovani a Delhi, promettendo di intensificare la sua campagna in tutto lo stato a meno che non vengano prese misure urgenti. In un altro sviluppo, una donna in Jammu e Kashmir ha raccontato la sua esperienza traumatica di essere accecata dal fuoco di pallottole durante una protesta a Delhi. Le pallottole, introdotte nel 2010 come alternativa non letale alle munizioni vere, sono state ampiamente utilizzate dalle forze di sicurezza nella regione.
L'incidente evidenzia le continue preoccupazioni per l'uso di tali armi e il loro impatto sulla sicurezza dei civili, specialmente durante i raduni di massa. Poiché le tensioni persistono sia all'interno che al di fuori dei confini dell'India, la situazione nel PoK rimane un punto focale di preoccupazione diplomatica e umanitaria. Gli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite e varie organizzazioni per i diritti umani, sono stati invitati a indagare sulle presunte atrocità e fornire sostegno alle comunità colpite.
Gli sviluppi in atto evidenziano la complessa interazione tra politica, sicurezza e diritti umani in una delle aree più sensibili dell'Asia meridionale.
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