La dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, oltre ad essere una rottura politica con la Gran Bretagna, ha segnato la nascita di una repubblica formata da coloni che avevano ambizioni di crescita territoriale, capacità militare, interessi commerciali e una nozione limitata di libertà. Secondo diversi analisti, questo momento fondamentale ha gettato le basi per una nazione che avrebbe perseguito sia la sovranità che l'espansione.
Questo documento, tuttavia, non si concentrava solo sull'uguaglianza: includeva anche accuse contro re Giorgio III per aver ostacolato l'acquisizione di terre e per aver usato "indiani selvaggi e spietati" contro i rivoluzionari.
Il trattato di Parigi del 1783 pose ufficialmente fine alla guerra d'indipendenza americana e riconobbe le 13 colonie originarie come nazione indipendente. Questo trattato stabilì un confine occidentale che raggiungeva il fiume Mississippi, concedendo ai nuovi Stati Uniti significative rivendicazioni territoriali sulle terre abitate dai popoli indigeni. L'articolo VII del trattato proibiva agli inglesi di rimuovere "negri o altre proprietà", indicando che gli individui schiavi potevano essere trattati legalmente insieme ai beni materiali.
Gli storici hanno notato che mentre il trattato garantisce il riconoscimento diplomatico e le aspirazioni territoriali, rafforza anche lo status degli schiavi nel quadro della repubblica emergente.
Il Northwest Ordinance del 1787 istituì la governance per il territorio a nord-ovest del fiume Ohio, delineò le procedure per la creazione di nuovi stati e offrì un modello utilizzato in seguito durante l'espansione verso ovest del paese verso il Pacifico. Pur promettendo di trattare i popoli indigeni con "la massima buona fede" ed evitare di prendere le loro terre senza il consenso, l'ordinanza mise questi territori sotto l'amministrazione statunitense.
Lo storico Peter S. Onuf spiega che il concetto di uguaglianza di Jefferson è stato sviluppato all'interno di un contesto imperiale in cui la libertà repubblicana era intrecciata con l'espansione. Il cosiddetto "impero della libertà" non significava libertà per tutti gli abitanti del continente, ma piuttosto autogoverno per i coloni e sottomissione per coloro che erano considerati ostacoli all'espansione. Dal punto di vista delle nazioni indigene, la Rivoluzione Americana non era una liberazione ma una continuazione di spostamento e violenza.
Lo storico Ned Blackhawk sostiene che l'assenza di voci indigene è stata a lungo una tradizione nell'analisi storica, sottolineando che la violenza e la spossessione erano centrali nella formazione degli Stati Uniti.
Duecentocinquanta anni dopo la firma della Dichiarazione di Indipendenza, gli Stati Uniti celebrano la propria indipendenza il 4 luglio 2026, eppure la promessa di uguaglianza rimane incompiuta. Lo storico Daniel Álvarez osserva che mentre la dichiarazione giustificava la rottura dal dominio britannico e presentava la nuova repubblica come basata sui diritti naturali, la storia mostra che l'uguaglianza non era universalmente applicata. Il documento stesso si riferiva ai popoli indigeni come "selvaggi indiani selvaggi", evidenziando come i fondatori agissero come conquistatori, cercando la libertà dalla monarchia mentre ritraevano le nazioni esistenti come minacce.
Questo approccio esclusivo portò a politiche come l'Indian Removal Act del 1830, che aprì la strada a spostamenti di massa, tra cui l'infame Trail of Tears, dove migliaia di persone morirono a causa di fame, malattie, freddo ed esaurimento.
Per generazioni, i governi federali e le organizzazioni religiose hanno separato i bambini nativi dalle loro famiglie, piazzandoli in scuole internazionali progettate per assimilare loro. Nel 2024, il presidente Joe Biden ha riconosciuto che questo sistema mirava a cancellare le culture native e assimilare i bambini indigeni. Entro il 2026, gli Stati Uniti riconoscono 575 entità tribali con relazioni tra governo e governo, riflettendo gli sforzi in corso per affrontare le ingiustizie del passato.
Le recenti decisioni della Corte Suprema hanno sottolineato la continua rilevanza delle promesse fatte ai popoli indigeni. Nel caso di McGirt v. Oklahoma nel 2020, la corte ha stabilito che parti dell'Oklahoma orientale rimanevano territorio indiano a fini legali a meno che il Congresso non rimuovesse esplicitamente le riserve. Questa decisione ha evidenziato le attuali controversie sulla sovranità tribale, giurisdizione, terra e autorità. Gli storici sottolineano che queste questioni rimangono irrisolte e continuano a plasmare i paesaggi legali e politici contemporanei.
Nel 1776, la schiavitù esisteva nelle 13 colonie fondatrici degli Stati Uniti. Nonostante la retorica della libertà, centinaia di migliaia di afroamericani sono stati comprati, venduti, ereditati, puniti e sfruttati. La Costituzione del 1787 non ha risolto questa ingiustizia ma l'ha istituzionalizzata attraverso il compromesso dei tre quinti, consentendo agli stati schiavisti di contare le popolazioni schiavizzate per il potere politico nonostante la loro mancanza di diritti di voto o di riconoscimento come cittadini liberi. La Corte Suprema ha ulteriormente consolidato l'esclusione razziale nel 1857 con la decisione Dred Scott, affermando che gli afroamericani non avevano diritti legali che gli uomini bianchi dovevano rispettare.
Questa sentenza ha posto il razzismo al centro della legge americana, rafforzando la disuguaglianza sistemica che persiste ancora oggi.
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