Secondo l'attivista politico Mehdi Mahmoudian, che ha condiviso informazioni tramite il suo canale Telegram Khabaraneha, il tribunale ha imposto sanzioni severe a questi attivisti, citando il loro coinvolgimento nell'incitamento a disordini e nella diffusione di propaganda contro il governo.
Tra i condannati a morte c'è la 20enne Taraneh Rahimi, il cui caso ha attirato particolare attenzione. Rahimi, di Isfahan, è stata sottoposta a torture, comprese scosse elettriche e minacce di violenza sessuale durante il suo interrogatorio. La sua condanna segue le accuse secondo cui ha partecipato alla rivolta di gennaio e è intervenuta per fermare il pestaggio di un altro manifestante. La sorella gemella, Romina Rahimi, ha ricevuto una pena detentiva di 25 anni, insieme a Milad Boeri. Altri imputati hanno subito condanne da cinque a 15 anni, con un tempo aggiuntivo per presunti reati come incitamento e propaganda contro lo stato.
Il processo, tenutosi nel cosiddetto "caso di Isfahan Shohada Square", è stato ampiamente criticato per la sua mancanza di un giusto processo. Una delle detenute ha presentato una denuncia formale per quanto riguarda gli abusi, che il tribunale avrebbe ignorato. Ahmadreza Saeedi, uno degli imputati, ha testimoniato in tribunale di aver subito gravi torture fisiche durante l'interrogatorio, portando a una confessione fabbricata.
Il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi ha condannato i verdetti come "brutali e ingiusti", evidenziando le procedure legali difettose del regime e esortando la comunità internazionale a prendere atto delle continue violazioni dei diritti umani. Questa ultima ondata di esecuzioni si allinea con un modello più ampio di aumento della repressione all'interno della Repubblica islamica.
A Teheran, Ali-Asghar Peyghambari, 26 anni, rimane nel braccio della morte nella prigione di Ghezel Hesar dopo che la Corte Suprema ha confermato la sua condanna con false accuse di "cooperazione con Israele". Peyghambari, un manifestante detenuto durante le dimostrazioni a livello nazionale a gennaio, è stato condannato ai sensi della legge iraniana sull'intensificazione della punizione per spionaggio e cooperazione con entità straniere. Il suo avvocato ha confermato la sentenza, sottolineando la gravità delle accuse. A Qom, i media statali hanno annunciato l'esecuzione pubblica di Saleh Mohammadi, 19 anni, un lottatore riconosciuto a livello internazionale. Nel frattempo, il meccanico automobilistico Reza Zanganeh, 27 anni, affronta l'imminente esecuzione con accuse di "nemicia" dubbia contro Dio.
Questi casi illustrano la volontà del regime di utilizzare la pena capitale come strumento di intimidazione. Il continuo uso di esecuzioni pubbliche, in particolare in città come Isfahan, sottolinea la strategia del governo di reprimere il dissenso attraverso la paura e la coercizione.
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