Uno scrittore descrive la perdita della propria voce interiore, un narratore personale persistente, nel corso di diversi anni, lasciandoli isolati e insicuri di come affrontare la vita quotidiana senza la sua guida. L'individuo ricorda di aver avuto un vivo monologo interno fin dall'infanzia, che fungeva sia da compagno che da voce critica, offrendo consigli e filtrando i pensieri. Nel corso del tempo, tuttavia, questa voce è diminuita, svanendo in un sussurro quasi impercettibile. La perdita ha lasciato lo scrittore disorientato, come se fosse stato spogliato di una parte familiare di se stesso. Questo fenomeno non è inaudito.
Secondo una ricerca condotta dallo psicologo americano Russell Hurlburt nei primi anni '70, circa il 30-50% delle persone si impegna regolarmente in un discorso auto-diretto, mentre la metà rimanente non sperimenta un tale monologo interno. Per molti, l'assenza di una voce interna potrebbe sembrare strana, persino incomprensibile. Coloro che non hanno una voce interiore spesso hanno difficoltà a immaginare come gli altri potrebbero funzionare con uno, e viceversa. Le voci interne di alcuni individui differiscono dal loro tono di parola effettivo, a volte imitando celebrità o personaggi fittizi. Altri, come lo scrittore, sentono la propria voce internamente, priva di qualsiasi flair drammatico.
Gli scienziati cognitivi Johanne Nedergaard e Gary Lupyan hanno introdotto il termine anendofasia nel 2024 per descrivere gli individui che non sperimentano una voce interna. Questi individui tendono a elaborare i pensieri attraverso immagini visive, emozioni o sensazioni fisiche invece di verbalizzarli internamente. Tuttavia, la situazione dello scrittore appare diversa. Una volta avevano una voce interna, che ora è significativamente indebolita. Questo distingue il loro caso da quello di individui che non hanno mai conosciuto un monologo interno. Man mano che la voce interna dello scrittore si attenua, hanno notato un cambiamento nel modo in cui elaborano i pensieri.
Le riflessioni precedentemente private si stanno ora riversando nei momenti di solitudine, sollevando preoccupazioni per le future interazioni in ambienti pubblici. Senza la voce interna per temperare gli impulsi, lo scrittore teme di diventare qualcuno che parla apertamente a se stesso, uno scenario che associa con gli anziani che parlano ad alta voce a se stessi. Questo cambiamento ha spinto un profondo desiderio di comprendere la causa della scomparsa della loro voce interiore e se altri condividono esperienze simili. Il viaggio dello scrittore evidenzia una crescente consapevolezza tra i ricercatori e il pubblico in generale per quanto riguarda la diversità della cognizione umana.
Mentre alcuni si affidano fortemente al dialogo interno, altri operano senza di esso, utilizzando metodi alternativi per elaborare le informazioni e prendere decisioni. Questa realizzazione sfida le ipotesi di lunga data sull'universalità dei monologhi interni e apre nuove strade per comprendere come le persone percepiscono e interagiscono con le proprie menti. Lo scrittore continua a lottare con le implicazioni di questa trasformazione, cercando risposte sulla natura della coscienza e sul ruolo delle voci interne nella formazione dell'identità.
La loro storia sottolinea la complessità dei processi di pensiero umano e i vari modi in cui gli individui navigano nel mondo, sia attraverso dialoghi interni parlati o altre forme di introspezione.
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